Catania, a tavola
Il giardino più bello
della città. E, di fronte,
dove si mangia.
Villa Bellini è il giardino storico di Catania: settantamila metri quadri aperti al pubblico dal 1883, in cima a Via Etnea, il posto dove la città va a prendere aria. La Capannina sta in Via Sant'Euplio, sul suo lato lungo — e dalla terrazza al primo piano si mangia guardando le chiome delle palme.
Se siete a Catania per mangiare, questa è la sosta comoda: il giardino da una parte della strada, il forno a legna dall'altra.





Il canone
Cosa si mangia a Catania,
e perché lo si mangia così.
La cucina di questa città è fatta di poche cose ripetute bene: il pomodoro, la melanzana, la ricotta salata, il pesce del mercato, il pistacchio che scende da Bronte e il grano che sale dall'entroterra. Ecco la lista corta, quella che vale la pena conoscere prima di sedersi.
Pomodoro, melanzane fritte, ricotta salata, basilico. Porta il nome dell'opera di Bellini: si racconta che il commediografo Nino Martoglio, davanti a un piatto perfetto, esclamò «Chista è 'na vera Norma!».
A Catania è maschile e ha la forma di un cono: il profilo dell'Etna. A Palermo è tonda e femminile. Non è una sfumatura da poco, da queste parti.
Al mattino, con la brioche col tuppo. Il rito locale vuole il caffè versato sopra a più riprese, mai tutto insieme.
Il mercato del pesce dietro Piazza Duomo: voci, ghiaccio, coltelli. È lì che si capisce da dove arriva quasi tutto quello che finisce in tavola in città.
Pasta sottile ripiena di broccoli, patate, olive nere e formaggio, ripiegata e infornata: il pane delle feste d'inverno. È la parente stretta della nostra pizza «Catanese».
Carricante per i bianchi, Nerello Mascalese per i rossi: vigne piantate sulla stessa lava con cui è costruita la città. Più il Nero d'Avola, che viene da tutta l'isola.
La pizza a Catania
Prima della pizza
qui c'era la scacciata.
La Sicilia ha una sua storia di pasta lievitata e forno, e non è quella napoletana. A Palermo c'è lo sfincione, alto e morbido, con cipolla, acciuga e pangrattato sopra. A Catania c'è la scacciata: pasta sottile ripiena di broccoli, patate, olive nere e formaggio, ripiegata tre o quattro volte e infornata per le feste d'inverno.
La nostra pizza Catanese — pepato fresco, broccoli al vapore, cipollina, olive nere, acciughe — è esattamente quella scacciata rimontata su un disco di pasta. Non è una citazione: è la stessa dispensa.
Sotto, l'impasto. Ne teniamo due: uno tradizionale a lunga lievitazione e uno di Perciasacchi, grano duro antico siciliano documentato nell'isola dal 1809 e catalogato da Ugo De Cillis nel 1941. Si chiama così perché la punta del chicco bucava i sacchi di juta in cui veniva conservato.

Perché fermarsi qui
Una tappa, tre motivi.
Il posto. È l'unica terrazza che guarda dentro Villa Bellini da questa altezza. D'estate si cena con il verde davanti e la scalinata di Via Etnea che passa sopra la strada, a pochi passi dalla porta.
I due impasti. Tradizionale e Perciasacchi, indicati pizza per pizza. Su quasi tutte si può chiedere il cambio: è la cosa che consigliamo di provare a chi viene per la prima volta.
La musica. Jazz, swing, cantautori: si suona dal vivo, in sala e in terrazza, con il volume giusto per continuare a parlare a tavola.
Nelle sere di concerto conviene prenotare — la terrazza va via in fretta.

Dall'altra parte della strada
Un orologio fatto di piante,
e un calendario riscritto ogni alba.
L'orologio floreale. Un quadrante composto interamente di piante sempreverdi. Accanto, un calendario vivente: la data non è dipinta né stampata, i giardinieri la ricompongono a mano ogni mattina all'alba, un giorno alla volta, da più di settant'anni.
Il Chiosco della Musica. Una cassa armonica in ghisa del 1879, di gusto moresco, montata sulla collina sud dove un tempo sorgeva la villa del principe di Biscari. È ancora il palco dei concerti all'aperto del giardino.
Il belvedere. I catanesi lo chiamano il balcone sul centro. Da lì si vedono i tetti rossi, le cupole barocche ricostruite dopo il terremoto del 1693 e, dietro, l'Etna.

di giardino
censite
Come è nato
Da labirinto privato
a giardino di tutti.
Il giardino nasce come parco privato del principe Ignazio Paternò Castello di Biscari. I catanesi lo chiamano «Il Labirinto», per i vialetti che si intrecciano.
Il 29 settembre il Comune di Catania acquista il Labirinto e decide di farne un giardino pubblico.
Ignazio Landolina avvia i lavori: si tracciano i viali e si mette a dimora il primo impianto arboreo.
Sulla collina a sud si monta il Chiosco della Musica: una struttura in ghisa di gusto moresco, che ancora oggi ospita i concerti all'aperto.
Si apre il Viale degli Uomini Illustri, con i busti di Giovanni Verga, Luigi Capuana e Giuseppe Mazzini.
Il 6 gennaio il giardino viene inaugurato e intitolato a Vincenzo Bellini, il compositore catanese.
Compaiono l'orologio floreale e il calendario vivente: ogni mattina all'alba i giardinieri riscrivono a mano la data con le piante.
Il nome
Una parola sola:
Norma.
Vincenzo Bellini nasce a Catania nel 1801. Nel 1831 debutta la Norma, e da allora in Sicilia «una Norma» vuol dire una cosa riuscita alla perfezione: è per questo che la pasta alla Norma porta quel nome.
Nel 1883 la città gli intitola il giardino nuovo. Il piatto, l'opera, il compositore e il parco davanti alla nostra porta si chiamano tutti allo stesso modo — e sì, c'è anche una pizza Norma sulla carta: pomodoro San Marzano, melanzane fritte, scaglie di ricotta salata, origano.
